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Caccia al Ladro
Scassinatori della musica, spacciatori di idee, rapinatori di emozioni. I Radiohead ci raccontano il nuovo disco "svolta" che ha rubato il rock più prezioso per riconsegnarlo al Mondo.
Ogni nuovo album dei Radiohead, da Ok Computer in poi, ha il potere di riportare al centro della musica leggera le questioni più pesanti della nostra esistenza. Il rapporto con la tecnologia, le forze del male che governano i nostri paesi, la pressione della vita moderna, i sentimenti deteriorati dalla superficialità e la paura del futuro: le nevrosi di Thom Yorke e compagni sono le nostre, sublimate in una musica dolce, spesso in aperto contrasto con parole aspre. A partire dal titolo, il quinto album della band di Oxford è il più politico di sempre. Hail To The Thief, "Ave al ladro", riprende una frase delle contestazioni anti-Bush dopo la farsa delle scorse elezioni americane. Tutto, però, comincia nella campagna inglese dove le luci della sera materializzano le paure più nascoste. «Le idee e le immagini hanno cominciato a formarsi quando ho staccato dalla band per un periodo di sei mesi alla fine di Amne-siac e sono andato a vivere in campagna», confessa Thom Yorke. «Guardavo mio figlio Noah crescere e ascoltavo alla radio le cronache dall'Afghanistan, la cosiddetta guerra al terrorismo. Non è che in realtà facessi molto, tranne una lista lunghissima delle cose che sentivo alla radio e che avevano effetto su di me quando le ascoltavo - frasi, immagini e altre cose, senza nessuno sforzo conscio. Non stavo lavorando e non stavo scrivendo sul serio, ma le parole di Hail To The Thief credo che vengano tutte da quei sei mesi lì. Una delle poche cose che ho capito delle parole del nuovo album - dopo averle trascritte in modo appropriato - è che contengono un sacco di filastrocche. Molte provengono dalle cose che cantavo a mio figlio Noah o da quello che gli leggevo. In quei giorni succedevano così tante cose e c'era questo scenario da fine del mondo che usciva dalla radio, che quando mettevo a letto mio figlio, alla fine della giornata, mi chiedevo se c'era un qualche senso nel futuro. Forse per questo molti dei testi sono tra le cose più arrabbiate che ho scritto. Come / Will che suona come una soffice ballata, ma è la canzone più incazzata che io abbia scritto. In quel periodo, una delle esperienze che mi hanno influenzato di più l'ho fatta guidando, di sera, in mezzo alla campagna. Me ne andavo in giro in macchina su questa stradina all'imbrunire, quando la luce comincia a calare. Questo è il motivo per cui abbiamo sottotitolato l'album "Gloaming”, "crepuscolo". Dove vivo io, al calare della sera, puoi avvertire questa atmosfera da altro mondo, quasi sinistra. Vai con la macchina e i fanali si mescolano con la situazione di sogno che sta accadendo intorno a te, queirincredibile sensazione di presagio. Mentre ero in macchina ascoltavo un brano di Penderecki (compositore polacco contemporaneo, sperimentatore nell'uso degli archi, ndr). Era tratto da un concerto per violoncello, una cosa paurosa, la musica più terrorizzante che abbia mai ascoltato! Mentre guidavo, col buio che scendeva, guardavo gli animali spaventati dai fari che cercavano di scappare. E quell'esperienza mi ha portato a pensare alla musica che stavamo facendo. In realtà, non è che si è trasferita su disco ma ha riportato l'interruttore su una precedente posizione, su un modo di intendere la musica che avevamo qualche anno fa. In quei sei mesi in campagna, l'unica cosa che ho inciso sono stati tre CD che ho dato da ascoltare agli altri. In realtà contenevano musica che mi girava tra le mani già da un po' di tempo. Tutto è cominciato quando Ed (0' Brien, il chitarrista, ndr) mi ha detto: "Puoi farmi un CD con tutte le canzoni che hai lasciato a metà?". Per la verità mi stava dicendo: "Dèi, sai bene che ci sono queste canzoni che ti rigiri tra le dita ma ci impedisci di suonare perché hanno la forma di canzoni! Per piacere, bastardo, posso averle su CD?". Penso che sia andata un po’ così. E mi sta bene. Così ho fatto per loro tre CD, senza considerarli niente di valido, perché non era su quella musica che la mia mente era concentrata in quel momento. Il mio atteggiamento è stato questo: "Ok, se a nessuno piace quel che ho inciso su questi tre dischi, va bene lo stesso. Cominceremo da capo un'altra volta". Avevo questa strana sensazione che niente su quei CD avesse valore, o almeno era questo quello che sentivo. La stessa cosa mi succedeva con le parole. Non c’era scritta una parola in nessuna canzone e avevo solo queste lunghe liste di cose che non avevano alcun senso. Poi è successo che Rachel, la mia ragazza, mi ha detto: "Perché stavolta non lasci che le cose accadano e basta?". E quella è stata la mia posizione in tutta la lavorazione del disco: non cercare di oppormi a quel che accadeva. Così, mentre stavamo registrando, sceglievo le note e le buttavo nelle canzoni. Lasciavo che musica e parole uscissero da me. Registrando molto velocemente, aiutavamo questo processo perché non ci davamo il tempo di analizzare le cose. La cosa pazzesca è quanto abbiamo tenuto vicino il disco alle nostre esecuzioni dal vivo. Mentre stavamo suonando i pezzi dal vivo, pensavo che quello sarebbe stato un primo passo importante. Quando torneremo in studio, mi dicevo, registreremo tutto, lo ridurremo a pezzi e lo rimetteremo insieme un'altra volta. Alla fine, però, non abbiamo fatto niente del genere. Beh, io ci avevo anche provato ma mi sono arreso e ho lasciato che le cose succedessero. E ci siamo divertiti. Le sessioni di registrazione a Los Angeles sono state uno spasso. Nelle prime due settimane avevamo già realizzato il 75% del disco. Poi abbiamo impiegato altre 4 settimane nei nostri studi, ad Oxford. È stato divertente e sapevamo che era diverso da come avevamo registrato i dischi precedenti. Allora ci torturavamo per tutto il tempo. Adesso abbiamo imparato che quando qualcosa non funziona, è meglio fare qualcos'altro». Quando si è in sala di registrazione il controllo è affidato come di consueto da Nigel Godrich, ormai sesto membro dei Radiohead. L'atmosfera è di quelle che riportano la band indietro nel tempo quando la programmazione elettronica non aveva ancora sovvertito le esecuzioni dei brani e si cercava di fermare su nastro la prova migliore. “Carpe Radiohead" sembra il nuovo motto di Yorke. «Stare in studio significa creare una performance, catturarne l'essenza in un momento delimitato nel tempo e poi dirle addio. Per Kid A e Amnesiac non è successo così perché entrambi sono stati composti con poche performance e molte costruzioni in studio. Per Hail... si è trattato di un'esperienza che ha visto noi cinque in un stanza e Nigel Godrich nell'altra. Quando diceva che il suono era buono, dicevamo OK e passavamo a un'altra canzone. A Los Angeles abbiamo inciso un brano al giorno e, arrivati alla fine delle due settimane, non ci ricordavamo più che cosa avevamo fatto nella prima. È stato bellissimo. Quando scegli di stare in una band di cinque persone, è il modo migliore per divertirti. È meglio che programmare gli strumenti, operazione d'altra parte molto solitaria. Siamo tornati a quel genere di approccio, anche se nel nuovo album - ovvio - è presente una parte di programmazione elettronica. In tutto questo, mi ha influenzato la semplicità dei Beatles. Ho traslocato diverse volte e mi sono spostato spesso, e i loro album sono gli unici rimasti fuori dagli scatoloni. In generale ho smesso di ascoltare musica-in modo massiccio; non compro più dischi. L'ascolto delle canzoni di Lennon e McCartney mi faceva pensare; la loro musica è molto diretta, ma anche ambiziosa. Queste qualità hanno avuto un effetto sul mio atteggiamento nella lavorazione di Hail To The Thief. Non è che volessimo rifare i Beatles, ma tornare ad essere di nuovo ambiziosi. Di Kid A e Amnesiac non me ne fregava un cazzo se nessuno li ascoltava o no; non mi importava di quel che pensava la gente. Stavolta è diverso. Vogliamo che Hail... venga ascoltato». Per essere ascoltati e per saggiare le reazioni del pubblico, i Ra-diohead hanno presentato le canzoni del nuovo album in anteprima dal vivo, in un tour organizzato prima ancora di avere le canzoni pronte. E' stata davvero una lucida follia? «Alla vigilia delle registrazioni di Hail To The Thief ci siamo incontrati e abbiamo discusso delle canzoni sui tre CD. Quando abbiamo cominciato con la band, lavoravamo in maniera simile: portavo delle cassette piene di cose rumorose a cui venivano aggiunti altri elementi. Un procedimento del genere non mi infasti-va per niente. Così, prima di Hail..., ci siamo seduti e abbiamo parlato. Volevamo fare un disco senza perdere tempo e abbiamo cominciato a fare pazzie, tipo fissare un tour prima ancora di aver scritto una singola nota. È stata un'idea di Ed perché io sono una persona un po' pigra. Mi sono anche lamentato di questa decisione per tutto il tempo, ma in realtà quel tour (in Portogallo e Spagna, la scorsa estate, ndr) è stato positivo. La cosa fantastica di andare a suonare dal vivo prima di incidere le canzoni è lo sforzo di convincere. Dovevo salire sul palco, cantare "Scat-terbrain" e convincere qualcuno del suo valore». Un'apertura che sta all'opposto di quella musica elettronica criptica così presente in Kid A e Amnesiac. «Mi sono stancato di tutta la roba elettronica. È sempre stato un mondo iperprotettivo e capisco perfettamente perché sia così. Chi lavora in quel mondo ne ha tutte le ragioni, lo sono dall'altra parte della barricata perché sono sotto contratto con una major discografica. Fanno bene quelli che compongono musica elettronica ad essere protettivi in modo maniacale perché la situazione è orrenda. Oggi l'unica maniera per sopravvivere è star fuori da tutto questo. Non devi preoccuparti di essere licenziato, dato che non ti hanno mai messo sotto contratto. Il problema è che in questo modo non raggiungi la gente. Non cambi nulla di quello che succede adesso nel mondo della musica perché vivi chiuso nella tua bolla. Una cosa del genere credo sia un danno incredibile. E poi cosa succede? Arriva qualcuno come me che ruba le loro idee e li lascia con niente. Dovrebbero essere là fuori, a prendersi quel che spetta loro. Una delle cose che invidiavo, però, alla gente che fa musica elettronica è che per loro non esiste nessun lato personalistico. Non fanno interviste - non tante, almeno - e non c'è culto della personalità». A parte la maggiore immediatezza della musica di Hail..., con un titolo del genere e vista la situazione politica mondiale, sarebbe stato difficile comunque per i Radiohead sfuggire all'attenzione. «Il titolo non si riferisce solo aH'amministrazione americana di adesso, ma a tutte le persone che detengono il potere, privandoci del diritto del nostro futuro. Ci sono stati periodi in cui il nostro pianeta è stato conquistato da forze oscure. La mia folle teoria è che i nostri benigni capi di stato credono fermamente che quel che stanno facendo sia giusto. Sono in pratica posseduti dalle ombre scure. Non si rendono conto di questo perché hanno un voce sulla spalla che dice loro che stanno facendo la cosa giusta e loro ne sono assolutamente convinti. Hail... parla di quella voce sulla spalla. È la stessa persona che vediamo alle spalle della gente, a volte. È una specie di forza maligna. È una nube che avvolge: alcune persone la vedono, altre no. È dappertutto». |









